Ed eccoci allo strumento più popolare della miscelazione: lo shaker. Nato nel 1871 grazie a William Hernet, che ne brevettò fabbricazione e utilizzo, oggi lo conosciamo in tre versioni differenti:

  • Boston Shaker
  • Cobbler Shaker
  • Parisienne Shaker

 

Lo “shakerare” è di sicuro la tecnica più amata da barman e avventori, quella più conosciuta grazie anche alla componente spettacolare. Ma c’è un motivo preciso per cui si usa lo “shake and strain”, oltre a quello di mescolare ingredienti di difficile miscibilità come succhi o premix, quello cioè di aumentare l’ossigenazione grazie alla reazione tra ghiaccio e alcol, con conseguente abbattimento della temperatura e disgregazione delle molecole di alcol che quindi vanno a unirsi in un unico prodotto finale.

Lo shaker va sempre riempito al massimo della sua capacità per massimizzare la miscelazione e diminuire il più possibile il contatto con l’aria. Temperatura e dimensione dello shaker sono altri due fattori notevolmente importanti; usare un prodotto a temperatura ambiente piuttosto che ghiacciato andrà ad incidere sulla diluizione. Per quel che riguarda la dimensione invece è importante scegliere lo shaker giusto in base alla quantità di ingredienti del drink:

 

  • Cocktail “corto” (es. Daiquiri): meglio utilizzare uno shaker di dimensioni medio piccole (500 ml), così da far fare meno “strada” agli ingredienti sbattutti al suo interno, diluendoli al punto giusto e inglobando la corretta quantità d’aria
  • Cocktail “lungo”: è preferibile utilizzare uno shaker più grande come ad esempio il Boston (lo stesso vale se dobbiamo preparare più cocktail “corti”)

La prossima settimana scopriremo le principali tecniche “Shaker”.